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Cambiare vita trasferendosi in Giappone – lavorare durante la pandemia

Il Giappone è stato uno dei primi paesi dopo la Cina in cui si sono registrati casi di Covid-19, ma all’inizio nessuno sembrava essersi accorto di quanto questa pandemia avrebbe impattato poi sulle nostre vite. Mentre il resto del mondo piano piano iniziava a bloccarsi, è solo pochi giorni prima dell’inizio della fioritura dei ciliegi di fine marzo che il Giappone inizia a chiudere alcuni musei e ad invitare le persone a non organizzare i classici pic-nic per l’hanami in cui solitamente si usa mangiare e bere con gli amici  o le famiglie sotto ai fiori di ciliegio.

Si inizia a capire che questo virus non è una cosa che passerà velocemente e il Giappone si trova finalmente costretto ad affrontare la realtà. Fine Marzo-Inizio Aprile è anche il periodo in cui finisce l’anno scolastico e si entra nel mondo del lavoro, ma molte aziende hanno iniziato ad avere pesanti cali di fatturato, a partire da quelle del settore turistico, proseguendo poi con le industrie legate alla produzione cinese ormai paralizzata.

In una megalopoli di 14 milioni di persone, con una densità di popolazione tra le più alte al mondo, con treni nelle rush hour in cui è difficile quasi riuscire a respirare, e con una rigida rete di convenzioni e regole direi quasi anacronistiche, ci si è presto resi conto che nonostante il resto del mondo fosse quasi interamente il lockdown, per il Giappone non era una soluzione possibile.

L’unica possibilità si è quindi rivelata quella di invitare le persone a stare a casa, appellandosi al buon senso dei giapponesi e chiedendo alle aziende di adattarsi al lavoro da remoto, predisponendo ingenti sussidi a supporto dell’acquisto degli strumenti necessari ed in molti casi, computer portatili per i cittadini che, nonostante vivano in una delle città più tecnologiche del mondo, spesso non possiedono un computer (Meno della metà della popolazione a fronte di una media di 1,7 cellulari pro capite).

 

I sussidi del Giappone per la pandemia

Oltre al sussidio per la digitalizzazione delle aziende a supporto del remote working, sono stati anche erogati una serie di sussidi a sostegno delle piccole realtà.

Ne sono stati stabiliti diversi, dal contributo al pagamento dei salari dei dipendenti delle agenzie viaggi che hanno deciso di non licenziare i propri dipendenti, ai numerosi sussidi dati ai ristoranti che hanno rispettato la chiusura entro le 20.00 richiesta durante l’ultimo stato di emergenza in vigore da fine dicembre.

Ma anche contributi per la messa a norma di uffici e luoghi pubblici, tramite l’acquisto di dispositivi di controllo della temperatura, disinfettanti e divisori.

La maggior parte di questi sussidi e contributi sono stati erogati a fronte della presentazione delle spese sostenute, sotto forma di rimborso, perciò sono state molte le attività, soprattutto legate al turismo internazionale costrette a chiudere, perchè impossibilitate ad anticipare queste spese.

Dal punto di vista dei cittadini, tutti i residenti, studenti stranieri inclusi, registrati come residenti in Giappone a fine Marzo 2020, hanno ricevuto un contributo una tantum di 100.000 yen, circa 800€, indipendentemente dalle necessità.

Com’è cambiato il mondo del lavoro

Una ricerca rilasciata a Gennaio 2021, indica che circa 80,000 persone hanno perso il lavoro o non è stato rinnovato loro il contratto dall’inizio della pandemia, al quale vanno ad aggiungersi le mancate assunzioni dei neolaureati dell’Aprile scorso, che sommate al tutto hanno fatto salire il tasso di disoccupazione al 3%, il dato più alto dopo la ripresa economica del dopoguerra.

Certo, se paragoniamo questo numero alla popolazione Giapponese, ci rendiamo conto che si tratta soltanto di una minima parte, ma in un paese quasi praticamente privo di povertà, è un dato che fa riflettere.
Alcune aziende hanno attuato un sistema di rotazione di turni del lavoro (simile alla Cassa Integrazione Italiana) e un taglio forzato alle ore di straordinari, con conseguente diminuzione degli stipendi che, a loro volta, hanno causato una contrazione dei consumi dei beni non necessari, portando alla chiusura di molti business.

Ci sono però stati anche dei lati positivi, come uno stile di lavoro più rilassato, basato più sull’efficienza che sul tempo speso in ufficio solo per non mancare di rispetto ai superiori uscendo prima di loro. Si è capito che non è necessario utilizzare il proprio timbro per firmare solo in originale i documenti con conseguente spreco di montagne di carta e si è assistito un processo di digitalizzazione che velocizza e ottimizza i tempi (e finalmente si sta abbandonando l’uso del fax, fino allo scorso anno il mezzo di comunicazione preferito).

Inoltre si è capito che non è necessario vivere in 20 mq, pagando mezzo stipendio di affitto e fare un’ora su treni pienissimi per lavorare. 

Molti viaggi di lavoro non strettamente necessari che gravavano sui costi aziendali e sulla stabilità familiare, sono stati sostituiti da videoconferenze e diversi business si sono reinventati, come gli hotel che offrono le stanze anziché ai viaggiatori, ai lavoratori che necessitano di uno studio tranquillo dove lavorare da remoto.

In un paese dove sindacati e tutele dei lavoratori sono quasi inesistenti o comunque con pochissimo potere, c’è stata una vera e propria ascesa di associazioni e regolamentazioni a tutela dei lavoratori, specialmente stranieri, contro i licenziamenti ingiusti (per la discriminante di essere straniero) o con il divieto per le aziende di far utilizzare i giorni di ferie ai propri dipendenti durante i periodi in cui vige lo stato di emergenza o sono attivi dei sussidi governativi.

La mia esperienza in Giappone durante la pandemia 

Io rientro in quella categoria di persone fortunate che non è stata colpita particolarmente dalla pandemia. Da Aprile 2020, lavoriamo da remoto e questo asset continuerà anche in futuro: abbiamo chiuso l’ufficio e ci ritroviamo ora una volta a settimana presso un coworking.
Il settore turistico dell’azienda è ovviamente fermo, ma abbiamo potuto ricevere i contributi governativi, quindi a parte una parentesi di 4 mesi in cui lo stipendio ci è stato ridotto del 20%, non abbiamo avuto ulteriori riduzioni.
Il settore digital invece, che in passato aveva difficilmente portato entrate rilevanti, sta crescendo molto, specialmente con l’inizio del nuovo anno, segno di un Giappone che è pronto finalmente ad investire nel digitale e, dopo lo scetticismo e reticenza iniziali che accompagnano ogni cambiamento della nazione, a ripartire.

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