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Il genio che ha cambiato la vita a milioni di persone

>Oggi abbiamo il piacere – e l’onore – di presentarvi Cristian Fracassi, 36 anni, ingegnere, entrepreneur ma soprattutto un UOMO capace di anteporre il bene della collettività al suo personale tornaconto. Vi presentiamo colui che – con una semplice stampante 3D – ha trasformato un comunissimo oggetto come una maschera da snorkeling nel più rivoluzionario strumento salva vita durante la crisi da Covid19.

Ringraziamo ancora una volta Cristian per aver salvato migliaia di vite, per averlo fatto con umiltà e trasparenza e per aver trovato il tempo per rispondere a questa intervista, per noi significa il mondo.

  • Chi è Cristian Fracassi? Raccontaci la tua storia

Sono sempre stato un bambino estremamente curioso: mia nonna mi chiamava Mike Bongiorno perché continuavo a fare domande su ogni cosa!

A scuola sono sempre stato bravo, forse proprio perché essendo curioso mi impegnavo a capire il “perché” di quello che mi veniva insegnato; tuttavia ero molto timido e riservato: ho imparato con gli anni e con l’esperienza a lasciarmi un po’ andare e ad essere più spigliato. Questa mia timidezza probabilmente era legata anche al fatto che fino a 18 anni sono stato alto 1 metro e 50! Ero terrorizzato (e ormai rassegnato) ad aver preso da mia mamma, che è molto bassina, e per un ragazzo questo è un tasto dolente. Invece nell’estate tra la quarta e la quinta superiore sono cresciuto di 28 cm: quando sono tornato a scuola a settembre, nessuno mi riconosceva!

A scuola sono sempre stato bravo, forse proprio perché essendo curioso mi impegnavo a capire il “perché” di quello che mi veniva insegnato

Ho sempre provato passione per l’attività imprenditoriale in quanto entrambi i miei genitori avevano un’azienda: una si occupava di fabbricare vestiti, l’altra della loro stiratura. Sono nato e cresciuto in questo ambiente, aiutando i miei genitori dove potevo: per un bambino quel mondo era un divertimento!

Sicuramente ho preso dai miei genitori la passione per un lavoro che fosse “mio”, una creatura a cui dare vita e far crescere.

Terminata l’università (con un po’ di fatica, come accennerò dopo) mi sono trovato a fronteggiare il dilemma di quale lavoro crearmi. Fedele a un mio progetto a cui stavo dando vita (Brix, un mattone in plastica o legno per la costruzione rapida di edifici) ho deciso di seguire un dottorato in materiali per l’ingegneria e successivamente un master in economia, perché mi ero reso conto che nonostante i 5 anni di università non avevo tutti gli elementi per portare avanti la mia idea con successo.

E così, non volendo mollare la mia idea, sono arrivato infine a fondare Isinnova (con dei soci), la “mia creatura” che si occupa proprio di aiutare altre persone che, come me, hanno idee e tenacia per andare avanti ma necessitano di un supporto.

Sicuramente ho preso dai miei genitori la passione per un lavoro che fosse “mio”, una creatura a cui dare vita e far crescere.

  • Sei un ingegnere appassionato. Sei sempre stato questo o hai vissuto un’evoluzione?

Mi piacerebbe dire di aver vissuto una particolare evoluzione ma non è proprio così: quando ho finito il liceo ho deciso di iscrivermi a ingegneria perché mi appassionavano molto matematica, fisica e disegno. Più seguivo le lezioni e andavo avanti con la facoltà, più mi appassionavo all’ingegneria in tutti i suoi aspetti e in poco tempo mi sono reso conto che volevo e dovevo essere ingegnere: era la mia strada.

Tutto è iniziato il 13 marzo 2020, un giorno che non scorderò mai. Tramite il Giornale di Brescia mi è arrivata una richiesta di aiuto per conto dell’Ospedale di Chiari: erano a corto di una tipologia di valvola, chiamata valvola Venturi, che permetteva di collegare i flussimetri dell’ossigeno alle maschere respiratorie.

In quanto società di ingegneri attiva nel settore dell’innovazione e della stampa, mi veniva chiesto se potevo in qualche modo dare una mano replicando queste valvole.

E dal mio “sì” è partito tutto: la corsa in ospedale per recuperare una valvola Venturi (sì, purtroppo i disegni tecnici non erano disponibili in tempi brevi), la realizzazione del modello in 3D copiando le misure dell’originale, le prove di stampa (con i primi fallimenti e i successivi miglioramenti) fino alla prova del nove all’Ospedale di Chiari, con la grande speranza e la grande paura del risultato.

Tutto è andato per il meglio tanto che, dopo le congratulazioni per il lavoro svolto, i medici ce ne hanno chieste 100…per il giorno dopo. E noi, insieme a tanto aiuto ricevuto da più parti (in primis dal gruppo Lonati che ci ha messo a disposizione tutte le sue stampanti) siamo riusciti a mantenere la parola e a consegnare tutto il materiale nei tempi richiesti.

  • Che impatto ha avuto nella tua vita questa invenzione che ha salvato vite umane?

Devo dire che all’inizio ho fatto fatica a rendermi conto davvero della portata di quello che stavamo facendo. I tempi erano troppo concitati, le cose da fare si moltiplicavano così come i problemi da risolvere e sapere che ogni minuto che passava poteva essere una vita in meno risparmiata, metteva un cronometro invisibile sopra le nostre teste. Quindi non c’era tempo per fermarsi a riflettere sull’impatto di quello che stavamo realizzando.

A posteriori, ora che tutto si è calmato, posso dire che provo un’enorme soddisfazione ma soprattutto un profondo senso di pace: so di aver fatto tutto quello che era in mio potere per salvare delle persone e vedere come tutto questo ha mobilitato un lavoro di squadra senza precedenti mi allarga il cuore. Da solo non avrei potuto fare nulla e devo tanto ai miei collaboratori e a tutte le persone che da ogni parte del mondo ci hanno dato aiuto e sostegno.

Come ho già detto più volte, non mi sento un eroe: ritengo di aver fatto quello che chiunque, nella mia posizione, avrebbe scelto di fare.

Non rendersi disponibile sarebbe stato un atto vile e “assassino”.

“…ogni minuto che passava poteva essere una vita in meno risparmiata!”.

A 36 anni hai salvato tante vite umane, non sei medico né virologo, sei proprietario di un’azienda che sviluppa nuove idee e hai una carriera di successo. Nonostante ciò, hai scelto di dedicare tempo ed energie per uno scopo collettivo. Considerando la società in cui viviamo, questo ti fa grande onore e non è scontato. In quanto persona estremamente realizzata avresti potuto vivere la quarantena senza coinvolgimenti professionali. Hai scelto di non farlo. Questa è la dimostrazione ultima che tu sia guidato da uno scopo nella vita che va ben oltre il tuo successo personale e il profitto. Vuoi argomentare questo concetto? Crediamo che il mondo abbia bisogno di più Cristian Fracassi.

Come già detto prima, ritengo che il mio “sì” sia stato non solo scontato ma doveroso, almeno per come vivo io. Sono proprietario di un’azienda ed è vero, avrei potuto guardare solo al mio personale profitto ma che persona sarei stata? Non sono un medico e non ho fatto alcun giuramento d’Ippocrate che mi induce a mettere al primo posto i malati, ma sono un cittadino e ancora di più un essere umano. Se guardassi solo al mio personale successo senza tenere conto del contesto in cui vivo, credo che non potrei convivere con me stesso né riuscirei a svolgere il mio lavoro con il trasporto e la passione che provo.

“È normale che ognuno di noi guardi con interesse e preoccupazione “al suo orticello” ma non deve mai dimenticare il più grande campo che lo ospita e che gli permette di fiorire.”

Nel ventunesimo secolo con la digitalizzazione e l’importanza sociale data ai social media, la popolarità online è diventata uno degli obiettivi di tantissime persone. Che rapporto hai con il mondo dei social media? Fa effetto appurare quanto travel bloggers, veline e calciatori spopolino sui social e le persone che salvano vite attraverso le loro invenzioni sono appena conosciute? Credi che condividere la tua esperienza di vita, le tue consapevolezze e i tuoi progetti potrebbe regalare una boccata d’aria fresca ad un web saturo di superficialità?

Prima di tutta questa “avventura” ammetto che il mio rapporto con i social era abbastanza limitato: li usavo poco a livello personale e più che altro a livello aziendale, per pubblicizzare Isinnova e stringere contatti interessanti. Quello che ho imparato a mio vantaggio (e a mie spese) nei mesi passati è l’enorme potere che i social possono avere: lo sapevo già a livello teorico ma diciamo che l’ho potuto toccare con mano.

È un discorso controverso che difficilmente può trovare una risposta univoca: per sua stessa natura il mondo dei social è variegato e segue le tendenze e gli interessi che gli utenti hanno. Per questo motivo non mi fa particolare effetto vedere la disparità di importanza data dai social ad argomenti apparentemente imparagonabili: è il meccanismo che li fa funzionare e che anzi li alimenta di continuo.

Sicuramente condividere esperienze e impressioni di maggiore profondità può contribuire a regalare una “boccata d’aria fresca” ma non penso che possa davvero influenzare o modificare la configurazione dei social.

Una novità resta tale per pochissimo tempo ed è subito rimpiazzata da una notizia più recente e più “scottante”, al di là dell’argomento o della serietà.

La tua presenza sul web, potrebbe essere la dimostrazione che non è vero che in Italia ti realizzi solo se prendi scorciatoie o se i mezzi li hai da prima di iniziare il percorso. Credi che potresti essere la spinta per far tornare le persone, ma soprattutto i giovani, a credere nella meritocrazia dietro il lavoro, la passione e l’etica nel nostro paese?

Mi piacerebbe poter dire di sì. Nei mesi trascorsi ho tenuto vari interventi presso istituti scolastici per raccontare la mia esperienza e dimostrare ai giovani che se desideri qualcosa, se vuoi realmente riuscirci, puoi trovare i mezzi per farcela: con fatica, con sacrifici, con fallimenti sul percorso ma ce la puoi fare.

E mi ha stupito vedere quanto interesse e partecipazione dimostrassero i ragazzi: hanno bisogno di sentire e vedere esempi concreti e non solo letti sui libri, hanno bisogno di persone che gli dicano di credere in sé stessi e di provarci. E niente come una storia vera, a portata di mano, può riaccendere l’entusiasmo che ognuno di loro porta dentro.

Detto questo, non penso che la mia sola storia possa essere un vero cambiamento: sicuramente può essere uno spunto di partenza e uno sprone a trovare tante altre storie di persone che come me, sconosciute ai più e nel loro piccolo, hanno però saputo mettersi al servizio dell’Uomo e fare la differenza.
…dimostrare ai giovani che se desideri qualcosa, se vuoi realmente riuscirci, puoi trovare i mezzi per farcela: con fatica, con sacrifici, con fallimenti sul percorso ma ce la puoi fare.

  • Cosa ci sai dire del rincorrere i propri sogni andando oltre le aspettative altrui? Tu lo hai fatto? Hai dei consigli per chi vorrebbe ma non osa?

Fin da ragazzo ho cercato di rincorrere i miei sogni, senza accontentarmi di qualcosa che potevo avere ma che non mi avrebbe fatto realmente felice. A partire dal lavoro, che mi sono costruito poco alla volta, con difficoltà e sicuramente senza l’appoggio dei più, che mi suggerivano di accettare uno dei tanti posti di lavoro a cui un ingegnere può accedere. Tuttavia sapevo che non sarebbe stata la mia strada e mi sono ostinato a costruirmi qualcosa su misura, che fosse mio nel senso più profondo del termine.

Consigli per chi vorrebbe ma non osa? Beh… osa sempre!

È certo più facile a dirsi che a farsi ma di fronte a una scelta importante, che può condizionare la propria vita, io cerco sempre di guardare avanti e di chiedermi: è questa la vita che vorrei? O mi sto accontentando perché ho paura? Vale la pena essere insoddisfatti per paura di fallire o sbagliare?

La vita è una e una soltanto e quando mi guarderò indietro per vedere il percorso fatto preferisco vedere errori, cadute e ripartenze ma mai paura. La paura immobilizza e rende tutto opaco. Questo non vuol dire essere avventati o incoscienti ma saper valutare una situazione e se l’unico dubbio che ci blocca è il pensiero che possa andare male.. prendersi per mano e OSARE.

  • In una carriera di così tanti successi c’è stato qualche fallimento, qualche caduta che ti ha portato a pensare di rinunciare?

Assolutamente sì, più di una anche. La prima e più bruciante caduta risale ai tempi dell’università: avevo appena sostenuto l’esame di Analisi 2, abbastanza importante e vincolante per molti esami successivi. Il professore mi aveva dato un voto alto che io decisi di rifiutare in quanto sapevo di poter prendere il massimo e volevo arrivarci.

Per farla breve, rifeci quell’esame 12 volte: il professore non aveva gradito il mio rifiuto, prendendolo come un affronto personale, e aveva deciso di darmi una lezione.

Per più di due anni ho studiato ogni singola frase del manuale (che ormai sapevo praticamente a memoria) eppure ogni volta il professore trovava delle domande assurde da pormi che lo portavano a bocciarmi. Ormai si era creato un “pubblico” di studenti che venivano a sentire il mio esame per vedere se sarebbe stata la volta buona o per scoprire quale diavoleria si sarebbe inventato il professore per rimandarmi.

In quei mesi difficilissimi ho seriamente pensato di abbandonare ingegneria: ormai ero indietro con moltissimi esami che non potevo sostenere perché vincolati da Analisi, avevo cominciato a stare male ogni volta che mi recavo in università a sostenere l’esame e avevo perso fiducia in me stesso, mettendo in dubbio la mia capacità di essere e diventare ingegnere.

Dopo 12 tentativi, finalmente il professore mi promosse: mi diede lo stesso voto che la primissima volta avevo rifiutato.

 

  • Hai mai pensato di andare sporadicamente a motivare i ragazzi nelle scuole? Per mostrargli la realtà di un paese dove SE VUOI, PUOI.

Come accennavo prima, nei mesi scorsi ho fatto diversi interventi in istituti scolastici, dietro richiesta di presidi e insegnanti. Non avevo mai fatto nulla di simile (anche perché non avevo una storia così particolare da raccontare) ma devo dire che è stato esaltante e motivante, per me in prima persona! Stare a contatto con i ragazzi, ascoltare le loro domande, i loro dubbi e percepire l’entusiasmo di fronte al mio racconto mi ha dato moltissima fiducia e speranza nel futuro.

Per cui perché no?

  • Il motto di Cristian Fracassi.

Il futuro è nelle nostre mani, non teniamole in tasca.

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